Due eroi italiani.

“Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei  valori della famiglia,dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere.” (giovanni falcone)

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello stato che lo stato non è riuscito a proteggere.
(giovanni falcone)

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”                  (Paolo Borsellino)

“A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l’esame di coscienza e mi chiedo
se me lo sono guadagnato” (paolo borsellino)

Dignità per i malati mentali.

Esprimo profonda solidarietà pertutte le cooperative sociali operanti sul territorio calabrese, per gli utentie per le famiglie di questi ultimi che verranno colpite dal clamoroso “dietro-front”rispetto alla mai totalmente applicata “legge Basaglia”.I recenti provvedimenti, inparticolare la delibera 235, adottati nell’ambito dell’ASP 5 rischiano,infatti, di riportare indietro di oltre 20 anni il nostro territorio,riproponendo la segregazione manicomiale e negando, nei fatti, al paziente lagiusta integrazione sociale.Si rischia, nella riconversionedelle strutture manicomiali, di salvaguardare gli interessi di alcuni soggetti,dimenticando, però, i diritti dei più deboli che verranno, a quel punto,considerati solo dei “matti” da tenere rinchiusi.In tutt’altro modo la pensano,invece, gli attivisti del Movimento “Peppe Trapasso”, a cui va la mia vicinanzaumana e politica, che si battono affinché si applichi finalmente e in toto, anchenella nostra provincia, la legge Basaglia, procedendo, nella riorganizzazionedelle strutture alternative e dei centri operanti sul territorio , al fine di farsempre  prevalere  la cultura della reintegrazione sociale.Rispetto a tutto ciò tutti noisiamo chiamati a fare la nostra parte. E’ per questo che chiedo al Presidentedella Commissione Politiche Sociali Dr. Plateroti l’urgente convocazione deisoggetti coinvolti, ed in particolare del movimento “Trapasso”, in sede dicommissione comunale affinché si affronti e si analizzi a questione perpoi  mettere in essere tutte leiniziative necessarie affinché si scongiuri questa inopportuna quantodistruttiva decisione della Dr.ssa Squillacioti.Di fronte a queste problematichevanno messe da parte le appartenenze e i colori politici ma serve far frontecomune per una battaglia di civiltà e diritti.Il Consigliere Comunale Demetrio Delfino

Attentato al centro sociale,riflessioni.

Di Demetrio Delfino. Come ripeto ormai da troppi anni è in corso una vera e propria “fascistizzazione” della città e nessuno prende i dovuti ed oramai indispensabili provvedimenti. L’intitolazione dell’Arena dello stretto a ciccio franco, la stele ai moti del ’70,il busto dello stesso Franco in via Marina,la proposta di intitolazione di una strada ad Almirante,il vergognoso convegno sugli spazi occupati che ha permesso agli esponenti nazifascisti di “casapound” di dibattere nella casa comunale. Tutto ciò ed altro ancora è successo in questi anni sotto gli occhi increduli dei reggini che hanno subito ( molti passivamente) atti di vera e propria arroganza e sopraffazione. Come dico spesso busti,piazze e stele devono ricordare persone che uniscono e non che dividono la gente . Questo atteggiamento è stato perpretrato proprio da chi doveva essere garante della democrazia, della tranquillità sociale e politica della città. Desta sconcerto l’atteggiamento di qualche assessore comunale che non solo apre alla possibilità di “assegnare” spazi sociali a gente come i nazifascisti di casapound ma che ,faziosamente, non invita alla partecipazione realtà reggine come appunto il CSoa “Cartella” o l’associazione “Bandafalò” che da anni operano sul nostro territorio. A questi sono stati preferiti altri ,non solo estranei al nostro territorio, ma chiaramente schieranti con l’estrema destra .E’ ora di dire basta,non è più tollerabile un atteggiamento del genere che arroventa il clima e crea tensioni  ed ingiustizie sociali.E’ l’ora di dimostrare con i fatti da che parte stare . E’ per questo che invito le istituzioni reggine ad impegnarsi con uomini e mezzi ma anche un contributo economico affinchè il centro sociale “A. Cartella” ritrovi la serenità di cui ha diritto.Serve da subito una risposta immediata,serve ricostruire meglio di prima la struttura e gli spazi attigui.E’ l’unica risposta consentita da chi dice di volerre il bene della città.Lasciare correre,insabbiare significherebeb davvero aprire una ferita grave,gravissima.  L’incendio di questa notte era stato in qualche modo annunciato nelle scorse settimane da una serie di piccoli attentati intimidatori e furti avvenuti notte tempo al Cartella. E’ chiara, anche per le inoppugnabili “firme” lasciate sui muri, la matrice neofascista del gesto. Ma dietro potrebbe esserci  di più di un attentato dei gruppuscoli dell’estrema destra.IlCome ha scritto bene Stefano Perri su strill.it : “Il gigante è stato ferito, ma tornerà più forte di prima”.

In memoria di Peppino Impastato

Parlava Peppino Impastato. Faceva nomi e cognomi. Da palchi improvvisati, dalle colonne di piccoli giornali, dai microfoni di Radio Aut denunciava quotidianamente gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini e le complicità dei politici “amici”.La voce di Peppino. Fu la sua voce a condannarlo a morte, in un paese muto e sordo diventò un’eco assordante. La fine di Peppino arrivò il 9 maggio del 1978, cinque giorni prima della sua elezione a consigliere comunale di Cinisi nelle liste di Democrazia proletaria. Aveva 30 anni Peppino, quando il tritolo di Cosa nostra ne dilaniò il corpo. Lo fecero a pezzi sui binari della ferrovia di Cinisi. Lo stordirono, colpendolo con una pietra, poi trasportarono il corpo sulle rotaie, lo adagiarono sull’esplosivo e lo fecero brillare. Ci sono voluti 23 anni, però, perché Peppino Impastato diventasse un morto di mafia. È stata necessaria la tenacia di mamma Felicia Bartolotta e l’intensa attività del fratello Giovanni, perché al giovane fondatore di Radio Aut venisse restituito l’onore. Per lungo tempo, infatti, il ricordo è stato seppellito sotto una montagna di falsità, di depistaggi, di ricostruzioni di comodo, che indicarono in quella morte prima il fatale destino di un terrorista vittima del suo stesso esplosivo e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, un suicida. Peppino era nato a Cinisi in una famiglia mafiosa. Suo padre, Luigi, era amico del numero uno di Cosa nostra, Tano Badalamenti, suo zio era Cesare Manzella, capomafia ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963. Una vita già tracciata, una strada da seguire, quella dell’onore alimentato dal sangue e dalla violenza, a cui, però, Peppino si ribellò, rompendo con il padre quando era ancora poco più che un ragazzo. L’antimafia. Neli anni successivi Peppino si lanciò in un’intensissima attività politico-culturale antimafiosa. La denuncia dei traffici internazionali di droga e delle speculazioni dei signori del cemento arrivò con la nascita di Radio Aut, un’emittente privata autofinanziata attraverso la quale Impastato puntò il dito contro gli affari del capomafia Gaetano Badalamenti. Nel 1978 si candidò nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. La sua elezione, però, arrivò qualche giorno dopo la sua morte.

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